Arrival è un film di fantascienza che racconta del contatto fra l’umanità e una razza aliena. Grazie al regista Denis Villeneuve, il risultato è un film che si discosta dai soliti schemi, con una storia che unisce la fantasia e la scienza, portando con sé numerosi spunti di riflessione che vedremo in questa recensione.

Siamo soli nell’Universo o ci sono altre forme di vita? E qualora ce ne fossero di pacifiche, vi sarà mai la possibilità di parlare con loro? Abbiamo scoperto già tutto sull’Universo o vi sono altri misteri da svelare?

Domande difficili a cui molti film di fantascienza hanno tentato di dare una risposta, ponendo queste domande in modo che ne uscisse una pellicola interessante da vedere, chi più chi meno.

Anche Arrival, ultimo film uscito su questo genere e uno di quelli che più attendevo l’uscita nel 2017, si aggrappa a queste domande, rivelando però poi nel dettaglio la sua natura più profonda, con un film rivolto a un pubblico che vuole riflettere sulla scienza più che intrattenersi con la fantascienza.

Quando sulla Terra atterrano all’improvviso 12 navi aliene, tra la popolazione si scatena il caos. C’è chi grida all’apocalisse e chi magari vorrebbe dare il benvenuto ai nuovi arrivati. Le grandi potenze mondiali che hanno in mano la situazione non hanno però intenzione di perdere tempo e il dito è già sul grilletto.

Servono urgentemente delle risposte. Chi sono questi alieni? Come sono arrivati e, soprattutto, che cosa vogliono?

Nel tentativo di sbrogliare questa matassa di quesiti viene assunta Louise Bank (Amy Adams) linguista di fama mondiale con il compito di comunicare con gli alieni per capire le loro reali intenzioni e Ian Connolly (Jeremy Renner), fisico teorico. Una bella gatta da pelare il dover decifrare un linguaggio completamente sconosciuto all’uomo, specialmente se sulle decisioni del singolo potrebbero dipendere le sorti dell’intera popolazione terrestre.

Arrival, comunicare con gli alieni per uno scopo

La principale novità che Denis Villenueve introduce con Arrival è quella di realizzare un film di fantascienza che esce subito dai soliti schemi. Arrival non è un film apocalittico e affronta il tema del contatto alieno, concentrandosi su argomenti come il linguaggio e la comunicazione.

Argomenti trattati richiamando teorie linguistiche e filosofiche come quella del linguista e antropologo Edward Sapir, conosciuta come ipotesi di Sapir-Whorf: “lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla.”

Gli alieni comunicano con una scrittura dalla forma circolare ed esprimono concetti completi con un solo simbolo, a differenza del linguaggio umano. Due modi diversi di scrivere e, di conseguenza, due diverse evoluzioni cognitive.

Il risultato è che, mentre gli esseri umani concepiscono il tempo come un susseguirsi di eventi su una linea retta, al contrario gli alieni lo percepiscono come una struttura circolare. Non a caso la loro forma di scrittura ricorda l’Uroboro, il serpente che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine.

Da qui si allaccia una riflessione sul tempo. Il regista affronta il tema della fugacità della vita e dell’importanza di ciascun momento, bello o brutto che sia. Ciò che di essa rimane impresso nella nostra memoria sono i ricordi, intesi come istantanee su alcuni dettagli che ci hanno lasciato un segno.

Arrival, la paura e la difficoltà di comunicazione

Il concetto di comunicazione è inteso anche come difficoltà da parte dell’umanità di riuscire a comunicare attraverso un linguaggio orale con gli alieni, risultando più efficace una forma di comunicazione scritta. Un linguaggio che diventa una forma di conoscenza, dal momento in cui questo è in grado di aprire la mente e far comprendere all’uomo concetti altrimenti sconosciuti. Pensiamo alle più grandi scoperte scientifiche: l’uomo le ha comprese grazie alla matematica, una disciplina scientifica che è considerata anche un linguaggio universale; ma cosa accadrebbe se venissimo in contatto con una forma di vita che è in grado di insegnarci un linguaggio del tutto nuovo? Per l’umanità questo potrebbe essere un punto di svolta, una nuova porta di accesso alla conoscenza e al progresso.

Il film affronta anche il tema della paura in diversi aspetti: la paura del diverso, che la protagonista prova venendo a contatto con gli alieni; la paura dell’ignoto e delle possibili conseguenze, data dalle difficoltà di comunicazione; la paura dell’uomo che, messo alla prova, si rinchiude in sé stesso e non si apre al dialogo, alla comunicazione e alla coordinazione, armandosi fino ai denti prima ancora di vedere il primo effettivo segno di pericolo.

Arrival è un film che merita la visione al cinema e non soltanto per gli spunti di riflessione e per le tematiche trattate. Risulta molto interessante anche la regia e la narrazione.

Denis Villenueve usa musiche, suoni ambientali e brevi flash come espedienti narrativi per mantenere alta la tensione; alcune scene e inquadrature particolari sono in grado di trasmettere un senso di claustrofobia e di angoscia, contribuendo a generare un senso di pericolo incombente.

Estremamente positive sono anche le capacità recitative dell’attrice Amy Adams che riesce a rappresentare alla perfezione un personaggio caratterizzato da sentimenti in lotta tra loro: da una parte vi è il peso e la paura di una responsabilità molto grande e dall’altra l’eccitazione di intraprendere un percorso senza precedenti.